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22 luglio 2013

Esclusione del socio accomandatario di società in accomandita semplice

In una società in accomandita semplice, l’esclusione del socio accomandatario ad opera dei soci accomandanti può avvenire anche secondo la procedura prevista agli artt. 2286 e 2287 c.c. (in virtù del richiamo operato dall’art. 2315 c.c.), non essendo tale atto espressione di un potere di amministrazione e non essendo causa di immediato scioglimento della società.

La norma di cui all’art. 2287 comma 3 c.c., secondo la quale se la società si compone di due soci l’esclusione di uno di essi è pronunciata dal tribunale su domanda dell’altro, è di stretta interpretazione e non può quindi essere applicata che a società composte esclusivamente da due soli soci.

Ai fini dell’esclusione del socio, non è richiesto che a questi siano previamente contestati gli addebiti posti a fondamento della sua esclusione.

In una s.a.s., le censure mosse al socio accomandatario con riferimento alla gestione della società non possono fondare la sua esclusione ai sensi dell’art. 2286 comma 1 c.c., dal momento che quanto contestatogli non costituisce violazione degli obblighi del socio derivanti dalla legge o dal contratto sociale, bensì inadempienza dell’accomandatario nella sua qualità di amministratore della società.

L’amministratore di s.a.s. nominato con lo statuto sociale può essere revocato solo con il consenso di tutti i soci accomandanti e accomandatari, così come disposto all’art. 2319 c.c., oppure, nell’ipotesi di giusta causa, tramite azione giudiziaria promossa ai sensi dell’art. 2259, comma 3, c.c..

In una s.a.s., la delibera con cui si esclude l’unico socio accomandatario dalla società può essere sospesa in via cautelare, nelle more del giudizio di opposizione promosso avverso la stessa, sul presupposto che da tale esclusione derivi il rischio di scioglimento, seppur non immediato, della società.

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