24 Aprile 2020

Applicazione ed impiego abusivo della clausola statutaria c.d. simul stabunt simul cadent

L’applicazione della clausola statutaria simul stabunt simul cadent (la cui validità è espressamente riconosciuta dal quarto comma dell’art. 2386 c.c.) non equivale ad una revoca dall’incarico e pertanto, se applicata senza fini abusivi, non fa sorgere alcun diritto a favore dell’amministratore decaduto: costui infatti, accettando l’iniziale conferimento dell’incarico, aderisce implicitamente alle clausole dello statuto sociale che regolano le condizioni di nomina e permanenza degli organi sociali. Detta adesione implica dunque l’accettazione dell’eventualità di una cessazione anticipata dall’ufficio di amministratore nel caso di applicazione della clausola in oggetto e in ogni caso senza risarcimento del danno (cfr. anche Trib. Milano n. 388/2015 e n. 4955/2016).

La giurisprudenza ha evidenziato come l’applicazione di tale meccanismo incontri il limite del canone di buona fede, con la conseguenza della configurabilità del carattere abusivo e strumentale della vicenda decadenziale ogni qualvolta le dimissioni dell’amministratore/i capace/i di provocare la decadenza di tutto l’organo di gestione siano dettate dallo scopo di eliminare amministratori sgraditi, in assenza di giusta causa e quindi eludendo l’obbligo di corresponsione degli emolumenti residui (ed in generale del risarcimento del danno) che spetterebbero loro se fossero cessati dalla carica per revoca ex art. 2383 comma 3 c.c. nelle S.p.A. ed ex artt. 1723 comma 2 e 1725 c.c. nelle S.r.l. (così sul punto  Trib. Milano n. 49555/2016).

Infine, l’operatività fisiologica della causa di decadenza non implica una valutazione dei motivi delle singole dimissioni presentate da ciascun componente del C.d.A., le quali costituiscono atto ampiamente connotato da discrezionalità.

Tommaso Carcaterra

Laureato presso l'Università degli Studi di Milano. Praticante avvocato presso lo studio legale Gatti Pavesi Bianchi Ludovici.(continua)

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